Alle 4.50 del 13 gennaio è nata Sofia.
La mia piccola. Che poi tanto piccola non era e non lo è nemmeno adesso.

Un giorno che ricorderò come il più terrificante e meraviglioso della mia vita.
Strano come si passi dalla disperazione (non è stato un parto semplice e nemmeno breve) all’euforia più totale nel giro di qualche ora.
Nonostante questo, nel momento stesso che ho avuto la mia bambina tra le braccia, le ore passate a soffrire mi sono sembrate un lontano ricordo.

Se già il parto è un’incognita, quello che succede al corpo subito dopo lo è ancora di più.

Nell’immediato mi sono sentita come uno straccio tenuto insieme da numerosi punti di sutura.
Non potevo camminare da sola perché avendo perso molto sangue ed essendo io già anemica e reduce da un’influenza (sì, non mi sono fatta mancare niente!), ero davvero molto debole.

Il giorno dopo, sempre debole ma con qualche slancio di vitalità in più, mi sono guardata.
La pancia c’era ancora, ma più piccola e morbida. Diciamo che potevo sembrare al settimo mese.
La mia bambina era lì accanto e non più dentro di me, protetta.
Dopo nove mesi insieme è stato un po’ come se mi avessero esportato il cuore. Potevo vederlo, toccarlo e anche chiamarlo per nome, Sofia.

Il decimo giorno, ormai a casa e con qualche forza in più, ho deciso di fare nuovamente il punto della situazione.

Dopo la doccia, non mi sono coperta (o nascosta?) immediatamente con uno dei tanti pigiami, ma mi sono specchiata. Con un po’ di timore, lo ammetto.
Nonostante avessi perso circa dieci chili il mio corpo non era più lo stesso di nove mesi prima.
Si vedeva che aveva subito una sorta di battaglia ma che, nonostante le ferite, aveva vinto.
Aveva vinto la vita, la gioia di stringere mia figlia tra le braccia e di vedere le sue manine tra le mie. Avevamo vinto Noi.

L’immagine rimandata dallo specchio era chiara e non mentiva.
Le forme e la linea del mio corpo si sono modificate e non so se torneranno come prima.
E perché dovrei volerlo?
Ogni centimetro mi ricorda quello che ho vissuto.

Le ecografie mese per mese, sempre con il fiato sospeso, con la speranza di ricevere solo belle notizie.
Lo stupore di scoprire che no, non era un maschietto, ma una femminuccia.
La pancia che pian piano diventa grande, poi enorme ed infine ingombrante. Ma senza la quale, adesso, sembra che mi manchi un pezzo.
L’euforia di sentire i primi movimenti di Sofia dentro di me, ma anche gli ultimi prima di guardarla negli occhi.
Tutti i sogni che ho fatto, insieme al suo papà, immaginando il suo viso e cosa avrei provato vedendola.
Il dolore intenso delle contrazioni che annunciavano il parto imminente. E con lui anche la paura e la felicità mescolati insieme.
La convinzione di non farcela che si è trasformata in forza, nonostante credessi di non avere più fiato nemmeno per respirare, per l’ultima decisiva spinta.
Riconoscersi a vicenda, non appena mi hanno messo in braccio Sofia.

Ad oggi, la linea nigra è ancora ben visibile e ogni tanto la guardo e la tocco con un po’ di nostalgia.
E’ la prova fisica che per nove lunghi mesi la mia bambina è stata lì,protetta e coccolata.
Per nove mesi ho avuto il privilegio esclusivo di portare vicino al cuore la parte migliore di me.