Assurdo come questi nanetti che ci girano per casa con tanto di pannolone, e che noi chiamiamo figli, siano in grado di insegnarci moltissimo sin dai primi giorni e non solo sull’essere genitore, ma anche (o forse soprattutto) sull’essere figlia/o.

Si aggiunge “una qualifica d’onore”, quella di madre o padre, ma si conserva quella di figlia/o per tutta la vita. Anche se, a un certo punto, qualche genitore se lo dimentica.
E non necessariamente questo accade durante l’età adulta del figlio in questione.

Prima di diventare madre credevo che questo fosse un processo naturale, quasi un passaggio obbligato per poter diventare un adulto consapevole. Una sorta di rito di passaggio.

Altro che rito. Bazzecole.
Dimenticarsi i propri doveri, ricordandosi però molto bene i propri diritti (ammesso che ce ne siano) è un modo vigliacco per giustificare le proprie mancanze.

Quante volte, in soli 7 mesi, ho dovuto anteporre i bisogni di mia figlia ai miei, persino quelli più basilari. All’inizio mi è capitato di perdere la pazienza e me la prendevo con lei, ma subito dopo le chiedevo scusa, nonostante lei non sapesse cosa volesse dire quella parola “scusami”. Ma io sì però.

Prendersi cura di un figlio, a qualsiasi età e di qualsiasi età, è un gioco di equilibrio tra oneri e onori.

Una notte in bianco è seguita da un sorriso e un bacino umido come ricompensa. O magari no.
Fare il genitore vuol dire dare, dare senza per forza aspettarsi qualcosa in cambio.
Altrimenti sarebbe soltanto una transazione d’affari come un’altra.

Rassicuro, i più venali, che comunque poi la ricompensa arriva, al momento giusto.
Così come le palate di merda. Sempre al momento giusto.
Perché l’affetto non si compra e non si regala, si guadagna con le azioni.

Photo by Brigitte Tohm on Unsplash