Se dovessi descrivere il lavoro di Andrea a un bambino direi: “Il lavoro di Andrea consiste nel stare al telefono tutto il giorno.”

In realtà, è come dire che io (n.d.r. Social Media Manager) di lavoro rispondo alle email per tutto il mio tempo. Di fatto non è così, ma questo è quello che si vede all’esterno.

Ed è in questo modo che Andrea mi accoglie.
Con una mano mi fa segno di sedermi sulla sedia difronte a lui e con l’altra tiene ben saldo il suo smartphone posando lo sguardo su di me per un istante brevissimo, per poi passare subito a fissare il vuoto, come se stesse seguendo le direttive di un suggeritore invisibile.

“Ok, ok. Obrigado!”
E finalmente la telefonata s’interrompe.

“Parli bene portoghese. Quanti anni sono, ormai, che vai in Brasile?”
Chiedo, più per riconnettermi con lui che per conoscere la risposta. Che già conosco.

Sono più di dieci anni, dodici per la precisione, che Andrea fa avanti e indietro dal Brasile per lavoro. Ormai ne conosce la lingua locale e le persone, soprattutto.

“Quando viaggi molto per lavoro, avere qualcuno di fiducia, che conosca bene la città e che ti aiuti negli spostamenti è importantissimo. Io, ad esempio, ho Luis.”
Luis è un tassista di San Paolo. Uno dei tanti che vanno e vengono per le strade affollate della città, ma non per Andrea. Luis, per lui, è un amico ormai.

Immaginate il caos di Milano con il traffico di Roma. Aggiungete favelas e criminalità proporzionata al numero della popolazione. Il risultato è una realtà difficile e spesso pericolosa, soprattutto per i turisti.

Luis è un uomo semplice, cordiale ed estremamente affidabile.
Il suo sguardo è amichevole, difficile non trovarlo simpatico da subito.
I suoi occhi non hanno filtri e rivelano un animo buono oltre che le sue origini, giapponesi. La sua corporatura sembra fragile a un primo sguardo, ma poi capisci che non è affatto così, anzi. Le sue braccia sono forti e lo dimostra il modo in cui dispone le valige all’interno del suo taxi con velocità e agilità.
L’esterno della sua persona rispecchia il suo interno.

Ammetto di averlo conosciuto, per questo per me è così facile descriverlo.
Ogni volta che Andrea arriva in Brasile Luis è lì ad aspettarlo, pronto ad accompagnarlo nel tragitto aeroporto-hotel e ritorno.

E ogni volta alla domanda “Come ti senti Luis? La tua famiglia come sta?” lui risponde: “Bene grazie! Mio padre sta per morire, dice. E lo dice da almeno dieci anni!”.
Tutte le volte i loro incontro inizia così e finisce con un abbraccio e un arrivederci.

“Lo sai che si sposa sua figlia? Me l’ha detto con gli occhi che brillavano, pieni di orgoglio e di felicità. Mi sono quasi commosso anche io.”
Mi racconta Andrea giocherellando con il suo telefono.

“Dice che stava risparmiando da anni per cambiare il suo taxi, ormai vecchio, ma questo, il matrimonio della sua bambina intendo, è troppo importante. Vale tutti i sacrifici del mondo. Per cui il nuovo taxi aspetterà.”
Andrea smette di giocare con il cellulare e comincia a fissarlo, senza dire nulla.
Si perde in mille pensieri.

“La figlia sposerà un uomo che non le farà mancare niente, ma Luis vuole dare il suo contributo. Non importa quanto ricco sia il futuro genero, Luis vuole dare il suo massimo. Forse è anche questo vuol dire essere padre. Esserci al 100%. Poco importa quanto sia effettivamente quel 100%.”
Aggiunge sorridendo quasi timidamente.

Esserci. Partecipare. Amare. In una parola, essere un papà.

Oggi Luis non è più tra noi. Un infarto lo ha portato via, troppo presto e all’improvviso.
Ha fatto in tempo, però, a vedere le nozze di sua figlia e iniziare a risparmiare, ancora una volta, per il suo nuovo taxi.

“Tra qualche settimana dovrebbe arrivare il taxi finalmente! Mio padre dice che non lo vedrà, perché sente che sta per morire e lo ripete da dieci anni ormai!”
Aveva detto Luis ad Andrea ridendo, l’ultima volta che si sono incontrati a San Paolo.

Nessuno dei due poteva sapere che sarebbe stata l’ultima risata insieme.

Credits photo: peter-kasprzyk