Si fa un gran parlare della questione etica (ed economica) dell’utero in affitto.
La vedo una cosa così tanto più grande di me, lontana anni luce della mia quotidianità e dalle mie (pseudo) problematiche di giovane italiana etero e non in cerca di figli, che ho quasi timore a esprimere un’opinione.

Io di fatto, non posso capire fino in fondo cosa spinge, da un lato, una donna a dare via suo figlio e cosa spinga, dall’altro, una coppia (etero o meno) a pagare per essere finalmente genitori.
A malapena capisco il fuorigioco.

Quindi, senza scomodare, importanti questioni di vita (e qui è proprio il caso di dirlo), mi sorge spontanea una domanda provocatoria.

Che differenza c’è, concettualmente parlando, tra un utero in affitto vero e proprio e qualcuno che il tuo utero lo affitta (abusivamente) a parole, arredandolo di una numerosa e vivace prole?
Il tutto mentre tu resti inerme a guardare le stanze popolarsi, affollarsi e, in fine, soffocarti.

Il mio orologio biologico si farà sentire prepotentemente prima o poi, o forse no.
Sarà divertente scoprirlo.
Da sola.

“Giovane donna 30enne”, per quanto io stessa sia consapevole del tempo che passa, non deve per forza tradursi in “Giovane donna 30enne disperata se non fa figli adesso non li farà mai più ormai è l’ora sbrigati.”

Insomma, è il nostro orologio che dobbiamo assecondare.
Nonni, zii, e parentado tutto dovrà adeguarsi. Non il contrario.

Detto questo.
Sì, credo proprio di essere contraria all’utero in affitto.